Anche nel deserto del Marocco brilla la stella del motorsport bresciano. E questa volta lo fa nel modo più autentico: con una vittoria che profuma di sabbia, fatica e fratellanza.
Dal cuore di Brescia fino alle dune africane, Diego (classe 1982) e Andrea Ronconi (classe 1984) hanno scritto una pagina indimenticabile conquistando la 18ª edizione del Panda Raid. Un successo arrivato al termine di un viaggio epico, concluso sul traguardo di Mehdia, affacciata sull’Atlantico a pochi chilometri da Rabat.
Ma prima ancora del trionfo, c’è la storia. Quella di due fratelli partiti all’avventura con “Bianca”, la loro fidata Fiat Panda 4×4, affrontando oltre 7.500 chilometri tra andata e ritorno, senza scorciatoie. Un viaggio condiviso, lontano da tutto, che li ha riportati all’essenza più pura della passione.
Sette tappe, partenza da Almería e poi sei giorni nel deserto marocchino, tra prove speciali di 30-35 chilometri. Niente GPS, solo roadbook, intuito e sangue freddo. “È una gara di regolarità, un po’ come la Mille Miglia – racconta Diego – ma in fuoristrada è tutto più complicato”.
E le difficoltà non sono mancate. Tre guasti lungo il percorso, l’assenza di assistenza tecnica e l’imprevedibilità del deserto. Decisivo l’aiuto di un altro bresciano, Paolo Strada, meccanico e concorrente, che in un momento critico ha permesso ai Ronconi di proseguire.
La gara, però, è cambiata giorno dopo giorno. Dapprima un settimo posto, poi un quarto: risultati che hanno acceso una convinzione crescente. “Ogni tappa aumentava la voglia di provarci davvero”, raccontano. Fino al colpo finale, sorprendente anche per loro, contro un parterre che includeva piloti professionisti della Dakar.
Eppure, oltre alla vittoria, resta qualcosa di più grande. “È un’esperienza che ti cambia”, confida Diego. Un’avventura fatta di silenzi, orizzonti infiniti e complicità, resa ancora più intensa dal legame tra fratelli.
Andrea, volto noto in città come titolare del ristorante “I Dù dela Contrada”, e Diego sono tornati a casa ieri. Stanchi, ma con lo sguardo già rivolto avanti. Perché certe emozioni non finiscono al traguardo
