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Gli scienziati studiano (e continuano a dibattere) la questione dell’immunità al coronavirus e la durata degli anticorpi.  Anche in un’ottica di prevenzione di un’ondata di ritorno dell’infezione da Covid-19 in autunno in Europa. I più recenti studi sierologici, secondo quanto riporta SkyTg24, hanno provato a verificare se gli anticorpi proteggano effettivamente dall’infezione oppure no e se si possa parlare di immunità permanente per chi è già stato infettato. Stando alle ultime ricerche degli esperti King’s College di Londra, il livello di anticorpi prodotti dal corpo umano a seguito dell’infezione da coronavirus potrebbe diminuire in pochi mesi, esponendo a un possibile secondo contagio. È l’ipotesi avanzata anche da uno studio italiano, pubblicato sul British Medical Journal Global Health, che poi rilancia sostenendo come gli anticorpi potrebbero alimentare lo sviluppo di un’infezione nuova e più violenta. La comunità scientifica, su questo, però, non è unanime.


Un team di ricercatori dell’Irccs Burlo Garofolo di Trieste, insieme con la London School of Hygiene & Tropical Medicine, ha pubblicato sul British Medical Journal Global Health i risultati di un lavoro secondo il quale gli anticorpi acquisiti dall’infezione provocata da Sars-CoV-2 non solo potrebbero non proteggerci da una nuova infezione, ma aumenterebbero la probabilità di svilupparne una più grave della precedente. “Un’ipotesi plausibile”, si legge, legata a un meccanismo immunologico noto come “Antibody dependent enhancement (Ade)”, già coinvolto nella diffusione di altre infezioni, che induce la produzione di anticorpi non neutralizzanti capaci di favorire l’ingresso del virus nelle cellule. Una tesi che richiederà ricerche epidemiologiche e immunologiche/sierologiche più approfondite, come ammettono gli studiosi guidati da Luca Cegolon, epidemiologo dell’Ausl 2 di Marca Trevigiana di Treviso. Intanto, su Twitter, Francois Balloux dell’inglese UCL Genetics Institute ha espresso forti dubbi riguardo lo studio. “Com’è possibile – si legge sul Tweet che cita lo studio italiano – che un articolo con una tale assurdità speculativa e non comprovata come questa possa essere pubblicato su una rivista scientifica?”.

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