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“Il campionato arriverà in fondo” ha detto il numero uno della Figc Gabriele Gravina al quotidiano Repubblica. Sembra che il calcio, o forse lui in primis, siano le uniche realtà a non rendersi conto che quello che stiamo vivendo va ben oltre lo sport.

Lo hanno capito le Olimpiadi, lo ha capito il basket, lo ha capito il rugby, lo ha capito il volley  e lo hanno capito centinaia di manifestazioni ben più povere e meno conosciute che già si sono date appuntamento per il prossimo anno. Il calcio però non demorde e speriamo abbia ragione poiché significherebbe una rapida uscita da questa situazione difficile per tutti.

“Sarà molto difficile giocare a Bergamo, ma anche a Milano, Brescia o Cremona, Un campionato sotto il Rubicondo, senza partite al nord, è una possibilità”. Questa una possibile soluzione secondo Gravina, escludere gli stadi del nord dove il contagio è stato più capillare.

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Il vertice della Federazione ha commentato anche alla soluzione che negli Usa sta valutando la Nba: giocare tutti in uno stesso luogo sicuro.

“Da noi è impossibile pensare di farlo in una sola città. Non si possono giocare 10 partite sullo stesso campo in un weekend e servirebbero 20 centri d’allenamento”.

Sta di fatto che il calcio – o parte di esso – vuole tornare a giocare, ma anche se prima o poi l’emergenza sanitaria lo consentisse bisognerà fare i conti con quei presidenti che hanno minacciato di non far scendere in campo la propria squadra. Fra di loro c’è anche Massimo Cellino.

Nei giorni scorsi il dott. Gianni Rezza, Direttore del Dipartimento malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, aveva espresso la sua contrarietà alla ripresa.

 

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Il Pirlo delle 6

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