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Uno studio internazionale che però vede anche Brescia fra le realtà coinvolte e più in particolare il Civile e l’università. Il tema centrale è il covid e più nello specifico i casi più gravi che portano all’ospedalizzazione e purtroppo in molti casi hanno portato alla morte dei pazienti.

L’obiettivo dello studio era quello di cercare di capire le cause dell’estrema variabilità della malattia da un paziente all’altro e forse una soluzione è stata trovata: un particolare gruppo di anticorpi, definiti “autoanticorpi”, che determinano un decorso più severo. Questi autoanticorpi neutralizzano gli interferoni di tipo I, che sono fra le molecole più importanti della risposta immunitaria anche contro il coronavirus.

Nella popolazione generale, la prevalenza di autoanticorpi anti-interferoni di tipo I nel sangue raddoppia dopo i 65 anni e circa il 20% di tutti i casi fatali sono associati alla presenza di questi autoanticorpi neutralizzanti. Questa scoperta potrebbe avere delle immediate ripercussioni in ambito diagnostico e terapeutico. Il riconoscimento precoce di questi autoanticorpi soprattutto nella popolazione degli anziani e nei soggetti che presentano già mutazioni che alterano il normale funzionamento del sistema immunitario potrebbe permettere nel prossimo futuro l’identificazione dei pazienti più a rischio e aprire le porte a nuovi approcci terapeutici basati sull’utilizzo di anticorpi monoclonali.

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In caso di infezione, sono i soggetti con autoanticorpi anti-interferoni di tipo I che dovrebbero essere prontamente ricoverati e sono sempre i soggetti con autoanticorpi che dovrebbero avere la più alta priorità nella vaccinazione. Un’altra importante ripercussione si avrebbe nella donazione di sangue e plasma di soggetti guariti, perché tutti gli emocomponenti in cui si rileva la presenza di autoanticorpi dovrebbero essere esclusi dalla donazione.

In totale, questa ricerca ha permesso di analizzare i campioni di oltre 40 mila soggetti provenienti da tutti e 7 i continenti.

Il contributo di Brescia allo studio è consistito nell’identificazione e caratterizzazione dei pazienti covid e nella raccolta del materiale biologico residuo dei prelievi dei pazienti covid. Alla ricerca, svolta nell’ambito di un progetto finanziato da Regione Lombardia, ha contribuito personale dell’ASST Spedali Civili di Brescia (Luisa Imberti, Alessandra Sottini e Virginia Quaresima del Laboratorio CREA, Alessandra Tucci dell’Ematologia, Ruggero Capra del Centro Sclerosi Multipla, Gabriele Tomasoni della 2 Rianimazione e Camillo Rossi della Direzione Sanitaria) e dell’Università di Brescia (Francesco Castelli e Eugenia Quiros-Roldan della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali e Francesco Scolari della Nefrologia).

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Il Pirlo delle 6

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