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Antonietta Gatti è stata responsabile del Laboratorio dei biomateriali del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia, e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito. Con il marito Stefano Montanari gestisce l’azienda modenese Nanodiagnostics, un laboratorio di diagnostica e di ricerca che si occupa di nanopatologie. La scienziata ha raccontato quali sono i temi che, a suo avviso, rimangono poco chiari in questa emergenza.

“Ci hanno detto che ci sono stati un sacco di morti da Covid-19. Ma sono scomparsi tutti i morti per infarto, per traumi, perché sono stati messi tutti nello stesso calderone. Quindi tutti quei numeri che noi abbiamo visto hanno una validità molto relativa. Abbiamo anche visto che effettivamente il virus non è così letale, è un virus un po’ strano, molto infettivo, ma non letale. Tutti avevano detto che dava una complicanza polmonare, una polmonite interstiziale, invece poi si è scoperto che era un problema sistemico: una tromboembolia polmonare”.

“La diagnosi quindi non è stata fatta bene inizialmente. Si potevano fare le autopsie per vedere cosa succedeva ai polmoni. In tutte le epidemie e in tutte le patologie strane, la prima cosa che fa il medico è andare a vedere il morto. Questa è una di quelle logiche che non è nemmeno scritta nei libri perché è nell’intelligenza del clinico.

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“Di tutta la task force non ce n’é stato uno che sia andato a controllare cosa sia successo a Bergamo e Brescia. Nessuno ha studiato il fenomeno per dirci perché lì la concentrazione degli infettati e dei morti è così alta, mentre in Sicilia è così bassa. Il fatto che queste cose non vengano spiegate non mi fa credere in un vaccino perché, se in quelle zone c’è un altro co-fattore di mortalità, quello rimane anche col vaccino”, ha spiegato la nanopatologa.

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Il Pirlo delle 6

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