Nel 2025 la metalmeccanica bresciana tiene, ma senza slancio. L’export si ferma a 15,2 miliardi di euro, segnando un modesto +0,8% rispetto all’anno precedente, al di sotto della crescita complessiva del territorio. Un dato che, dietro l’apparente stabilità, nasconde forti squilibri tra comparti e mercati.

A trainare sono soprattutto computer, elettronica e ottica (+4,6%) e la metallurgia (+2,8%). Restano invece quasi fermi i mezzi di trasporto (+0,2%), mentre arretrano i prodotti in metallo (-1,1%) e i macchinari (-1,2%).

A rilevarlo sono i dati ISTAT elaborati dal Centro Studi di Confindustria Brescia.

IL PANORAMA INTERNAZIONALE

Sul fronte internazionale, la Germania si conferma il primo sbocco commerciale con un +2,6%, seguita da performance brillanti nel Regno Unito (+18,9%) e in India (+21,6%). In calo, invece, le vendite verso Francia, Stati Uniti, Cina e Turchia.
Nonostante i dazi e il rafforzamento dell’euro, l’impatto sul mercato americano resta contenuto: nel secondo semestre del 2025 le esportazioni verso gli USA sono calate solo del 2,4%. Un segnale di tenuta che però non elimina le incognite sui margini e sulla sostenibilità futura.

I COSTI

Il vero nodo resta l’energia. Nel 2025 le imprese metalmeccaniche bresciane hanno pagato una bolletta elettrica stimata in 733 milioni di euro: +6,8% sul 2024 e addirittura +209% rispetto al 2019. Una crescita che rischia di aggravarsi nel 2026, complice l’instabilità internazionale.
Parallelamente cresce anche la pressione sul lavoro. Le ore di cassa integrazione salgono del 18,4%, arrivando a 17,7 milioni. Le unità di lavoro coinvolte sfiorano quota 2.500.

ALBERTO METELLI: “TUTELIAMO UN PILASTRO DELL’ECONOMIA ITALIANA”

“Meccanica e meccatronica sono un pilastro dell’economia italiana, che rischia di ridimensionarsi per effetto di eventi eccezionali che non possiamo controllare: non possiamo permettercelo – commenta Alberto Metelli, presidente del settore Meccanica e Meccatronica di Confindustria Brescia –. Nonostante i dati del 2025 in leggera crescita a livello di esportazioni, è fin troppo prevedibile un peggioramento delle condizioni in cui siamo chiamati a operare, a causa dell’aumento dei costi energetici, dei trasporti e delle materie prime legati alle tensioni in Medio Oriente, ma anche alle guerre commerciali che hanno portato alla massiccia introduzione di dazi e barriere doganali a livello internazionale. Si tratta, come dicevo, di eventi eccezionali ai quali rispondere con misure eccezionali in tempi rapidi o si rischia un ridimensionamento di investimenti e attività industriali. Noi meccatronici e metalmeccanici ci stiamo rinnovando per realizzare la transizione energetica e per automatizzare i processi produttivi e migliorare gli ambienti di lavoro, ma tutto questo è a rischio se non si interverrà a breve. Non solo gli investimenti e la capacità imprenditoriale italiana di resistere e innovare, ma anche il tessuto sociale e i contributi e le tasse che versiamo allo stato. In sostanza, a fronte della rilevante partecipazione allo sviluppo dell’economia italiana del nostro settore, chiediamo quindi che ci venga concessa la possibilità di proseguire con gli investimenti necessari per mantenere in vita le nostre imprese, attraverso azioni specifiche a sostegno del mondo produttivo.”

GIACOMO COGLIO: “QUADRO CRITICO”

“Se guardiamo alla filiera metallurgica, siderurgica e mineraria, il quadro è più critico di quanto emerga dai dati complessivi – aggiunge Giacomo Coglio, presidente del settore Metallurgia, Siderurgia e Mineraria di Confindustria Brescia –. Qui l’impatto dei costi energetici non è un problema tra i tanti: è il problema. Con livelli di prezzo triplicati rispetto a pochi anni fa, interi segmenti produttivi rischiano semplicemente di non essere più sostenibili in Italia. A questo si aggiunge una crescente pressione internazionale, tra materie prime sempre più instabili, dazi e concorrenza di Paesi che operano con costi e regole incomparabili ai nostri. Il risultato è evidente: la nostra industria di base, che è il fondamento di tutta la manifattura, viene progressivamente indebolita. I dati produttivi espressi nel 2025, in ripresa sull’esercizio precedente ci hanno spinto ad inizio anno a considerare un 2026 con un approccio positivo: purtroppo, le evidenze delle ultime settimane con l’inizio del conflitto israelo-iraniano ci portano a rivedere le nostre aspettative con timori sul versante inflattivo. Non possiamo permetterci di perdere pezzi della filiera primaria, perché quando si smantella la metallurgia non si perde solo produzione, si perde autonomia industriale. E ricostruirla, una volta compromessa, è praticamente impossibile. Le imprese dei nostri comparti stanno continuando a operare in condizioni limite, ma è evidente che così non può durare. Senza interventi immediati su energia e politiche industriali strutturate di lungo periodo, il rischio non è più quello di perdere competitività: è quello di uscire definitivamente da settori strategici per il Paese. Serve una presa di responsabilità chiara e urgente. Perché qui non è in gioco un comparto, ma la tenuta stessa dell’industria italiana”.