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Come cambia la percezione di sicurezza e di emergenza quando ci si trova in una pandemia? Se lo sono chiesti anche i ricercatori dell’Università di Brescia e dell’Asst Spedali Civili che hanno effettuato uno studio sugli accessi in pronto soccorso durante le varie fasi dell’epidemia.

Il dato più chiaro, quello più forte, è la diminuzione del 44% degli accessi al pronto soccorso del Civile (uno degli ospedali italiani che ha curato il maggior numero di pazienti colpiti dal covid) nel periodo più difficile. Appena poco prima, a seguito dell’annuncio del “paziente uno” di Codogno, la riduzione era stata del 36%. Durante le successive fasi 2 e 3 la situazione si è lentamente normalizzata, ma senza mai raggiungere i numeri dello scorso anno con un meno 27%.

La paura di essere contagiati ha tenuto lontano dal pronto soccorso molti pazienti, anche quelli più gravi. Si è infatti evidenziato che a rinunciare alle cure non sono stati solo pazienti con sintomi lievi: rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente si è ridotto anche il numero di accessi per dolore toracico (sintomo di un possibile infarto) e per dolore addominale.

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Sempre rispetto all’anno precedente il numero di ricoveri è aumentato (dal 20 al 25% nella prima settimana), segnale della maggiore gravità dei pazienti giunti al pronto soccorso.

Se emerge una tendenza, a dispetto dei numerosi appelli della autorità civili e sanitarie, è che in molti si sono recati in pronto soccorso anche se positivi al covid. Probabilmente – e comprensibilmente – nella fase più dura della pandemia la disperazione era tale da spingere le persone con sintomi ad andare in ospedale.

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Il Pirlo delle 6

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