A quattro giorni dalla notizia del licenziamento dei dipendenti per cessata attività, la Vetrerie Maccarinelli, non ha deciso di rispondere alle nostre domande, come avevamo chiesto contestualmente alle dichiarazioni dei dipendenti e del sindacato, ma ha deciso di “raccontare la propria verità” attraverso una Pec nella quale chiede di “rettificare gli articoli pubblicati in quanto sarebbero state dette delle imprecisioni e delle falsità, pena eventuali azioni legali a tutela della reputazione, senza ulteriore avviso con aggravio di costi e spese a nostro esclusivo carico”.

LA REPLICA DELL’AZIENDA VETRERIE MACCARINELLI

“Vetrerie Maccarinelli Srl u.i. respinge con fermezza le dichiarazioni del Sindacato riprese dalla stampa. Il licenziamento non è stato comunicato con un messaggio WhatsApp recante la parola “licenziato”. Ai lavoratori è stata inviata una raccomandata il 10 marzo 2026, replicata il giorno seguente via WhatsApp e e-mail, canali abitualmente utilizzato dagli stessi dipendenti per ogni comunicazione. La cessazione dell’attività non è giunta inattesa: il sindacato era stato informato della crisi già nel 2025, con incontri nel novembre 2025 e ulteriori comunicazioni tra gennaio e febbraio 2026. Le dichiarazioni del Signor Cassago sulla mancanza di dialogo sono false e strumentali all’esasperazione di una situazione umanamente delicata. Solo 1 dipendente vantava 25 anni di anzianità, gli altri 3-5 anni; uno meno di un anno. Anche se in difficoltà, l’azienda ha versato il contributo per la NASpI e riconosciuto l’indennità sostitutiva del preavviso, tutelando i diritti economici dei lavoratori”

DETTO QUESTO, ORA PERO’ QUALCOSA DA DIRE ALL’AZIENDA L’ABBIAMO NOI

Premesso che, come sempre, quando ci viene richiesto pubblichiamo repliche ed eventuali rettifiche motivate ma è altrettanto vero che per la stessa trasparenza dobbiamo chiarire alcuni punti.

NON SI FANNO MINACCE QUANDO SI DECIDE DI NON RISPONDERE

Partiamo dal primo punto.
Ancor prima di intervistare il Sindacato e la dipendente abbiamo suonato all’azienda per chiedere di parlare con un responsabile. Azione ben documentata nel servizio andato in onda in Tv e on line. E qui lo si può rivedere.
È ben specificato il numero dei dipendenti con i quali abbiamo parlato, è altrettanto ben specificato in due esempi due dipendenti con relativa anzianità, uno confermato dall’azienda, l’altro o è un millantatore o l’azienda se l’è scordato, ma ci sono gli elementi per capire di chi stiamo parlando pur avendogli garantito l’anonimato.
È altrettanto ben chiaro che il messaggio via Whatsapp avesse anticipato la lettera e la raccomandata: l’abbiamo scritto, lo ha detto la dipendente e la foto dell’articolo lo testimonia.

È scritto in modo assolutamente chiaro,nero su bianco, che i lavoratori non contestavano la chiusura ma le modalità.
Per quanto riguarda le dichiarazioni del Sindacato, sarà sua responsabilità rispondere. Evidentemente la dialettica tra l’azienda e il sindacato i due protagonisti la conoscono.

MA GLI STIPENDI SONO STATI PAGATI ?

Nella lettera di richiesta di rettifica per danno di reputazione non viene citata la questione “stipendi di febbraio” che è stata la preoccupazione maggiore espressa dai dipendenti nelle loro dichiarazioni. O meglio la mail cita “di aver comunicato all’Avvocato intervenuto per alcuni dei dipendenti la piena disponibilità al pagamento delle competenze maturate, all’indennità sostitutiva del preavviso, ferie e ratei, nonché TFR”.
Il legale, interpellato da Èlive ha confermato che ad oggi i dipendenti non hanno ricevuto lo stipendio di febbraio. Pertanto riteniamo di non aver detto, nemmeno in questo caso, inesattezze.

Ci rendiamo conto della difficoltà in cui versa l’azienda e l’imprenditrice ma, ribadiamo di aver fatto il nostro lavoro con cura, diligenza, scrupolo mettendo l’azienda, da subito nelle condizioni di spiegare le proprie ragioni. Non da ultimo di non aver utilizzato toni o “forme espressive” tali da screditare l’azienda. Ma, forse, l’azienda dovrebbe, a parere nostro, interrogarsi sulle modalità adottate nella vicenda.

Tanto ci sembrava, altrettanto doveroso precisare, oltre che a pubblicare la replica richiesta.